Crea sito

ANDREA

In un rapido istante, il silenzio ovattato si trasforma in un rumore quasi assordante. Il mio corpo infrange l’acqua del fiume che schizza tutto attorno; poi mi avvolge il mormorio della gente radunata sulla riva e le parole decise di Giovanni, detto il battezzatore, che mi tiene per un braccio e mi accompagna verso una zona asciutta.

A volte mi chiedo “ma se quel giorno non avessi accettato la proposta che Yeshua mi fece; se quella volta non fossi stato il primo ad aderire al gruppo dei suoi seguaci; che strada avrebbe preso la mia vita? E gli altri undici? Sarebbero poi diventati discepoli del maestro?»

Io non ho fatto grandi cose; mio fratello Simone certamente si è speso più di me, anche se devo dire che, la prima volta, al mio annuncio, rimase abbastanza indifferente. Credo comunque di aver fatto la mia parte.

Da tempo, dentro di me, sentivo la chiamata del Signore, tramite la sua parola e sopratutto grazie agli insegnamenti di Giovanni, il figlio del sacerdote Zaccaria. Giovanni, dopo un lungo periodo trascorso nel deserto, era tornato e aveva formato un bel gruppo di persone desiderose di vedere il nuovo messia: un salvatore che avrebbe potuto liberarci dall’oppressione romana. Una nuova guida per il nostro popolo che, con il suo aiuto, avrebbe potuto riscattarsi.

Giovanni aveva iniziato ad annunciare che Dio sarebbe arrivato a fare giustizia. Io, come molti altri, eravamo davvero convinti che una nuova storia sarebbe iniziata e che Dio, con la sua forza, avrebbe finalmente rimesso le cose a posto. Ognuno di noi doveva fare la sua parte e non farsi cogliere impreparato e il primo segno tangibile che potevamo dare come giudei convinti del prossimo arrivo del messia tanto atteso, era quello di immergerci nel fiume Giordano. Entrare completamente nelle sue acque, lasciarsi avvolgere e tornare a nuova vita.

Compatibilmente alla mia attività di pescatore, avevo iniziato ad aiutare Giovanni nella sua missione. Erano tanti coloro che arrivavano al Giordano avendo sentito parlare del battista. Un giorno, mentre stavamo battezzando, vidi Giovanni fissare lo sguardo lontano per seguire un uomo che si stava avvicinando. Non capivo perché, tra tanta gente, fosse interessato proprio a quell’individuo. Ma Giovanni si affrettò a raccontarci come tutta la sua predicazione avesse come fine ultimo quell’uomo. E che colui che si stava avvicinando, ed era ormai a pochi passi dal nostro gruppo, era il Messia che Israele aspettava. Furono sufficienti poche altre parole, e lo sguardo di quel galileo, per convincermi del fatto che avrei dovuto seguirlo. Lasciai Giovanni e corsi da mio fratello Simone per raccontargli che il Signore aveva ascoltato le preghiere del suo popolo e aveva mandato un profeta e che questo inviato da Dio si chiamava Yeshua. Mi domando ancora se fui convincente nei confronti di mio fratello; di certo quando il rabbi lo incontrò ebbe un tale effetto dirompente che Simone volle lasciare il suo lavoro per seguirlo ovunque.

Ma non furono giorni facili. Yeshua iniziò con il raccontare delle storie di vita quotidiana per farsi capire da tutti; attuò un comportamento spesso ai confini con quanto prevedevano le norme giudaiche. Molte volte sono stato sul punto di lasciarlo e tornare alle mie reti. E i motivi erano dei più disparati: una volta magari perché non riuscivo proprio a capire cosa volesse, quale fosse il suo piano per liberarci dall’oppressione romana; un’altra volta per esempio fui preso dalla paura che lo uccidessero e noi con lui; certi momenti mi sembrava anche assurdo il suo messaggio; ad esempio quando una folla grandissima di uomini, donne e bambini si era radunata per ascoltare il suo insegnamento; si stava facendo tardi e sarebbe stato bene che lui stesso avesse invitato quel folto gruppo di gente a tornare ai propri villaggi per il pasto. Per me era difficile entrare nella sua logica. E, infatti, anche quella sera, tutto si svolse diversamente da come io pensavo si potesse concludere la giornata. Ci facemmo portavoce, nonostante la nostra poca convinzione, della pretesa di Yeshua di adoperarsi affinché ognuno dei presenti offrisse quel poco di cibo che aveva con sé. Non riuscii a credere a quello che vedevo, quando mi accorsi che il poco cibo che sembrava fosse disponibile tra le persone presenti, una volta messo in comunione divenne sufficiente per una cena bastevole per tutti coloro che in quel momento si trovavano in quel luogo.

Ma non riuscivo a capire quando il regno promesso da questo nuovo messia si sarebbe realizzato. Lo stesso Yeshua un giorno, seduto di fronte al tempio, ci parlò di un intervento che avrebbe distrutto tutte quelle costruzioni che avevamo di fronte. Ci preannunciò anche le difficoltà che avremmo incontrato, le violenze che avremmo subito, i processi che ci avrebbero visti imputati. Ma i giorni passavano e nulla faceva pensare ad una svolta. Finché le guardie del sinedrio non lo catturarono e lo uccisero. Fu dopo quel triste evento che le cose cambiarono. Subito dopo la morte di Yeshua passammo alcuni giorni nascosti da tutti, intimoriti; poi una mattina, Maria si presentò in casa sconvolta ma al tempo stesso raggiante. Quello che le era accaduto aveva dell’incredibile. Si era incamminata presto per andare al sepolcro dove avevano deposto il maestro; aveva trovato la pietra d’ingresso spostata e la tomba vuota. Il primo pensiero che le passò per la mente fu che qualcuno avesse voluto far scomparire il corpo di Yeshua per timore che anche dopo la sua morte noi discepoli continuassimo a portare avanti le sue idee, forse anche più numerosi e combattivi di prima, spinti dalla voglia di riscattare l’ingiustizia subita dal rabbi di Nazareth. Ma le sue ipotesi si sgretolarono quando vide davanti a sé un uomo che subito non riconobbe ma che poi le si rivelò come lo stesso Yeshua. Lui la tranquillizzò, le spiegò tutto e le chiese di rendere testimonianza di tutto ciò agli altri discepoli. Maria obbedì. Corse a casa, da noi. Ci raccontò quello che le era appena accaduto. In principio nessuno di noi credette alle sue parole. Morire per poi risuscitare era accaduto solo a Lazzaro. Yeshua aveva fatto qualcosa di più; ma noi lo capimmo dopo una successiva apparizione, questa volta davanti a tutti noi. Quell’uomo che ci aveva parlato non era un morto rianimato. No. Era accaduto qualcosa di più grande. Il maestro era resuscitato. Aveva sconfitto la morte per sempre. Una piccola pietra era stata posta. Altre ne seguirono, in questa costruzione del regno di Dio nei nostri cuori, quando lo Spirito di Dio scese su di noi. E poi, ancora su, in alto, quando spinti da questa forza che si era rivelata davvero potente, anche se il rabbi non era più fisicamente tra noi, come prima della sua crocifissione, iniziammo a testimoniare che Yeshua, il figlio di Dio, era morto ma aveva vinto la morte e noi, negli anni a venire avremmo raccontato a tutti che realizzare un nuovo regno, quello dei cieli, che il rabbi ci aveva promesso, era davvero possibile, ma tutto sarebbe dovuto passare attraverso il nostro cuore, le nostre mani, i nostri piedi e la nostra bocca.