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CONVERSIONE PASTORALE

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Il 20 luglio 2020 la Congregazione per il clero ha pubblicato l’Istruzione dal titolo “LA CONVERSIONE PASTORALE DELLA COMUNITA’ PARROCCHIALE AL SERVIZIO DELLA MISSIONE EVANGELIZZATRICE DELLA CHIESA”.

Immediatamente giornali, telegiornali e siti web (non tutti, ma la maggior parte) non hanno perso occasione di continuare a fare un’informazione parziale, non approfondita e di parte (nel senso che spesso diffondono solo notizie e informazioni che sanno possono soddisfare la fame di sensazionalismo che c’è nei lettori e/o ascoltatori).

Vediamo allora brevemente di cosa parla questo documento approvato dallo stesso papa Francesco.

Tutto parte dalla constatazione che siamo immersi in notevoli cambiamenti sociali e culturali e che la chiesa non può continuare a far finta di non vederli. Il documento, affidandosi alle parole del pontefice, ricorda che è urgente una «conversione pastorale in senso missionario» che tocca principalmente la parrocchia che è il riferimento più diretto all’interno delle varie comunità cristiane.

Ma cosa vuol dire in concreto questa conversione?

L’Istruzione è piuttosto chiara perché dice a tutti noi, e, oserei dire ai parroci in primo luogo, che è giunto il momento di smettere quanto si è fatto fino ad ora e iniziare un cammino di conversione per un’evangelizzazione più credibile ed efficace.

Questo cambio di rotta comporta, senza mezzi termini, il dovere riformare le strutture, trovare un rinnovato dinamismo, adeguarsi alle esigenze dei fedeli di questo periodo storico, «generare nuovi segni» trovando «altre modalità di vicinanza e di prossimità» e senza avere paura di abbandonare le attività abituali.

FORTI PAROLE DI CRITICA ALLA SITUAZIONE ATTUALE

La parrocchia infatti, sottolinea il documento, spesso si abbandona ad una «mera ripetizione di attività senza incidenza nella vita delle persone» e rimane «uno sterile tentativo di sopravvivenza, spesso accolto dall’indifferenza generale». «La parrocchia corre il rischio di divenire autoreferenziale e di sclerotizzarsi, proponendo esperienze ormai prive di sapore evangelico e di mordente missionario».

Le nostre comunità stanno correndo il rischio di «cadere in una eccessiva e burocratica organizzazione di eventi e in un’offerta di servizi, che non esprimono la dinamica dell’evangelizzazione, bensì il criterio dell’autopreservazione.» Per cambiare passo occorre «un cambiamento di mentalità» e bloccare il fenomeno della «clericizzazione della pastorale»

Ci viene chiesto di osare e di «esplorare con creatività vie e strumenti nuovi» e finalmente creare quella che l’Istruzione chiama “pastorale d’insieme” e cioè una pastorale che coinvolga più parrocchie, una pastorale trasversale.

E i laici?

Il compito del popolo cristiano non è (come invece i giornali hanno più volte lasciato intendere) di sostituire i preti, ma di rendersi finalmente conto che la proclamazione del Vangelo avviene suo tramite; gli uomini e le donne sono chiamati ad avere una fede che incida sulla loro vita, una «permanente sequela di Cristo» e non una fede che ha come unico scopo il partecipare alla messa e/o a qualche riunione della comunità a loro più simpatica. I fedeli devono rendere «credibile ciò che annunciano mediante la vita, in una rete di relazioni interpersonali che generano fiducia e speranza.»

Per il resto il documento chiarisce aspetti burocratici e amministrativi che qui riporto brevemente senza commento: il raggruppamento di parrocchie, il consiglio pastorale e quello per gli affari economici il fatto che le messe non hanno un tariffario e infine gli incarichi che il vescovo può affidare ai laici:
– la celebrazione di una liturgia della Parola quando «per mancanza del ministro sacro o per altra grave causa diventa impossibile la partecipazione alla celebrazione eucaristica»; come già previsto dal Codice canonico, quindi niente di nuovo.
– l’amministrazione del battesimo, come eccezione e come già stabilito dal Codice canonico.
– la celebrazione del rito delle esequie come già previsto dal Praenotanda dell’Ordo exsequiarum.
– i fedeli laici possono predicare in una chiesa o in un oratorio, se le circostanze, la necessità o un caso particolare lo richiedano.
– infine, «dove mancano sacerdoti e diaconi, il vescovo diocesano, previo il voto favorevole della Conferenza Episcopale e ottenuta la licenza della santa sede, può delegare dei laici perché assistino ai matrimoni» – il virgolettato è quanto già riportato dal codice canonico, quindi nessuna rivoluzione “begogliana”.

L’Istruzione chiude con parole, dal mio punto di vista, stimolanti sottolineando il fatto che la parrocchia convertita deve essere «posto di creatività, di riferimento, di maternità» dove sia possibile «attuare» una «capacità inventiva».

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