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IN VIRUS VERITAS*

La fede e la religiosità ai tempi del coronavirus.

La paura del virus sta mettendo in luce una religiosità che si sperava estinta o relegata a qualche piccola comunità e a qualche radio; invece si stanno moltiplicando riti e preghiere per creare una difesa a questa epidemia.
Ecco tre notizie trovate in questi giorni:

“Esposti due crocifissi contro il covid19”
“Apposita preghiera – Dio onnipotente liberaci dall’epidemia-“
“Processione per scongiurare l’arrivo in paese del conoravirus”


Questi episodi si fondano sulla convinzione che Dio (vedendo che abbiamo esposto due crocifissi particolari, ascoltando la nostra richiesta, osservandoci in processione) possa intervenire e porre fine alla diffusione del contagio.

C’è in ballo il nostro rapporto con Dio e di conseguenza anche la nostra fede.

Che “immagine” abbiamo di Dio, se pensiamo che possa intervenire a seguito delle nostre richieste? Se crediamo sia possibile, allora riduciamo Dio a un nostro “prodotto”, riteniamo che Dio non sappia cosa fare e ci arroghiamo il dirito di suggerirglielo. Oppure lo degradiamo al ruolo di un dio pagano che non ha nessuna empatia con l’umanità e l’aiuta solo se e quando gli aggrada e se i sacrifici a lui destinati risultano soddisfacenti.

Per dirlo più chiaramente con le parole di Andrés Torres Queiruga: «Un Dio padre-madre che da sempre non cerca altro che la nostra pienezza e salvezza, è ovvio che non ha senso cercare d’informarlo, di convincerlo o di muoverlo a compassione». Inoltre lo stesso teologo sottolinea «i terribili effetti negativi che questo modo di pregare ha sulla nostra immagine di Dio. Perché, indipendentemente dalle nostre intenzioni esplicite, chiedere qualcosa a Dio equivale a capovolgere tutto il movimento, situando l’iniziativa dal lato umano e la passività dal lato divino.»

Infine un’osservazione verso coloro che pensano che questo accadimento negativo sia una giusta punizione divina o (in termini meno forti) una paterna correzione. Vorrei fare osservare loro che le correzioni paterne a suon di sberle o cinghiate sono fortunatamente scomparse (o quasi) con il cambiamento della figura paterna, della genitorialità e lo sviluppo della pedagogia e psicologia. Ma fosse ancora convinto dell’esistenza di un Dio che permette un male a fin di bene, sappia che anche questa visione di Dio è da tempo superata e chiarita dal Catechismo della Chiesa Cattolica che al n. 1756 recita «Non è lecito compiere il male perché ne derivi un bene.»

* Dopo aver scritto il post ho fatto una ricerca sul web ed ho scoperto che il giornalista scrittore Diego Marani aveva avuto prima di me l’idea di utilizzare questa frase, siccome però il titolo mi piace e lo sento anche un po’ mio, lo lascio, ma ne attribuisco per correttezza la paternità temporale.