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DISMA (IL LADRONE)

Se accanto a me non ci fosse stato questo Yeshua forse tutto si sarebbe svolto nella normalità delle cose: mi avrebbero crocifisso, avrei posto così fine ai miei giorni, mi avrebbero gettato in qualche fossa comune fuori dalle mura di Gerusalemme e tutto sarebbe finito.

Ma poi questo rabbi, che pare sia stato ingiustamente condannato, ha iniziato a parlare di una vita dopo la morte. Un po’ come fanno i farisei che sostengono che ognuno di noi, con le nostre azioni, ci meriteremo il premio o il castigo divino per la nostra anima; parlano di resurrezione dei giusti.
Qualcosa che a me non interessa, perché nella mia vita sono stato un malfattore. Inoltre, conosco poco la scrittura ma so che nel libro dei Maccabei si parla di una resurrezione, dopo la morte, riservata soltanto ai giusti e non ai malvagi. E quindi so quale sarà la mia strada. O meglio, sapevo quale sarebbe stata la mia destinazione, fino a quando quest’uomo che hanno definito “re dei giudei” non ha iniziato a sostenere che lui è il figlio di Dio e che per questo conosce il Signore e sa cosa lui ci riserva e come alla fine della nostra vita tratterà tutti noi.

C’è da dire che io sono un ladro e non frequento sinagoghe o il tempio, ma in questi ultimi giorni, qui a Gerusalemme, tutti hanno avuto modo di incontrare o almeno di sentir parlare di questo messia. Io sono tra quelli che lo hanno ascoltato e proprio in merito alla morte e a quello che ci aspetta dopo, ha più volte detto qualcosa; ma io non ci ho capito molto. Dio ci punisce per come ci siamo comportati? Oppure ci premia se abbiamo agito da giusti? Perché la benedizione di una vita lunga e di tanti figli maschi, come ci raccontavano i nostri nonni, non sembra proprio qualcosa che accade veramente. Ho visto giusti morire giovani e senza figli e ladri campare fino a cent’anni nella ricchezza. So soltanto una cosa, ora, qui, con il peso del corpo che mi tira verso terra come se ci fosse una forza strana che volesse allungarmi; so che i romani mi hanno messo a morte per quanto ho fatto ma con lo stesso criterio di “giustizia” a me applicato, stanno ponendo fine alla vita di un altro disgraziato che, me ne convinco sempre di più, non ha fatto nulla di male.

Lo guardo, nonostante stia facendo una grande fatica a tenere gli occhi aperti per via del dolore, della sofferenza, della stanchezza e della forte luce del sole. Vedo solo un uomo che accetta quanto di assurdo gli sta capitando; un uomo in pace con sé stesso e con il suo Dio che, anche in una situazione di palese ingiustizia, non abbandona la sua vocazione ad amare tutti, compresi coloro che gli hanno fatto, e gli stanno facendo, del male.

Penso tutto questo mentre cerco disperatamente di fare un respiro che possa fare entrare più aria possibile nei miei polmoni. Quando ritrovo un minimo di sollievo temporaneo, riapro gli occhi e mi accorgo che anche lui mi sta guardando. E mi pare di stare un po’ meglio. Provo la stranissima sensazione di poter sopportare con più forza quegli ultimi istanti della mia vita, appeso a quel legno. Suona assurdo quello che sto per dire, ma è come se parte del mio dolore si fosse spostato dal mio misero corpo all’altrettanto misero residuo di uomo che mi sta a pochi passi e mi guarda.

Non credo ci siano parole per descrivere quello che mi sta accadendo. Non sento più quella forza che prima mi tirava verso il terreno, ma mi sembra di essere più leggero; come se dieci uomini avessero messo le loro mani sotto le mie braccia per sollevarmi. Come un immenso abbraccio di una madre che avvolge completamente suo figlio e lo tranquillizza; gli infonde la sicurezza che tutto questo ha fine e che la sua vita non sta terminando, ma si sta trasformando, si sta modificando. Tutto sta cambiando in meglio perché l’amore sta operando. Non saprei dire di più. Mi viene in mente solo un termine per descrivere, ovviamente in modo del tutto parziale, quello che sto provando: il paradiso.