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GIUDA

…venticinque, ventisei, ventisette… più i tre che ho consegnato a quel tale che mi ha combinato l’affare… fanno trenta. Sono tutti quelli promessi per il mio tradimento. Se vogliamo chiamarlo in questo modo. Ma quello che ho fatto, secondo me, è solo un’azione che andava fatta; che comunque, qualcuno avrebbe dovuto compiere.

Yeshua continua a ripetere che è lui il messia; ma poi quando lo metti alle strette pare quasi tirarsi indietro. Non parla di lotta, non ha strategie dettagliate, non ha un piano studiato. Anzi, sembra proprio che voglia rimandare il suo intervento a non si sa quando.
Se Dio è con lui allora perché temere? Perché non cominciare con il farsi valere, con l’imporsi, usando la forza quando necessario?
E allora ho deciso io di fare in modo che le cose accadano.

Ora lo hanno preso le guardie del Sinedrio.
Ora i farisei e i sadducei che da tempo gli davano la caccia ma non osavano fare il primo passo per paura della reazione delle folle, possono portare a compimento il loro progetto. E allora, finalmente, Yeshua si rivelerà per quello che è. Darà il via a questa rivoluzione del popolo di Israele e sconfiggerà la prepotenza degli invasori romani. E sarà anche grazie a me, se il disegno di Dio si realizzerà, se il messia ci porterà alla liberazione.
Sono questi gli ultimi pensieri che attraversano la mia mente stanca, sfibrata dopo tutti ciò che è accaduto in questa giornata; con i dubbi che mi assalgono e una parte del cuore che invece mi suggerisce che quanto ho fatto è cosa giusta.
Non reggo oltre e mi addormento.

Quando mi sveglio fa molto caldo; questo significa che è tardi e che ho dormito tanto. Sono contento di questo. Il cuore ha trovato pace.
Ma di lì a poco i tormenti riprendono il sopravvento. Proprio nell’istante in cui, stranamente per quella stagione, e per come si presentava la giornata, il cielo si scurisce.
Avverto una strana sensazione. Ho come un presentimento strano. Inizio a correre, chiedo, mi informo, raccolgo indicazioni, cerco conferme fino a quando mi arresto stanco e sudato appena fuori dalla città.
Davanti a me vedo tre uomini appesi. Tre sovversivi puniti dall’esercito romano. Mentre mi avvicino, lentamente, voglio sperare che le voci della gente appena ascoltate siano false.

Il cielo sta diventando sempre più nero. Sembra che su di me sia scesa d’improvviso la notte.
Mi fermo. Guardo ancora il cielo. Non vedo quasi niente. Non sento voci attorno, ne rumori. Alzo leggermente lo sguardo. Due piedi inchiodati. Due gambe insanguinate che tremano.
Un rumore strano, che sembra un tuono, attira la mia attenzione. Guardo il cielo. Ancora più nero.
Ritorno sul crocifisso davanti a me. Le sue gambe non tremano più. Il corpo è immobile. La testa reclinata.

Scappo via senza sapere dove sto mettendo i piedi. Non vedo nulla.
Corro.
Fuggo da quel calvario, mentre la terra sembra tremare sotto i miei piedi.
Mi ritrovo sotto quest’albero; ho la certezza che questo ramo robusto sopra di me mi stia aspettando e voglia quasi abbassarsi per aiutarmi.
Ho capito cosa devo fare. Prima però voglio lasciare questi soldi appena avuti e allora allungo la mano verso la sacca. Ma la sacca, attorno alla mia vita, non c’è più. I soldi non ci sono. Non li trovo. Non li ho addosso. Li ho lasciati in casa? Li ho persi?
Non importa. Qualcuno li ritroverà, come ritroverà questo mio corpo, il corpo appeso, senza vita, dell’iscariota che ha tradito, sì, questa volta il termine è giusto, che ha tradito il suo maestro.