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I RITUALI NEL XXI SECOLO

Con la paura torna il desiderio di affidarsi a qualcuno più forte di noi che possa sconfiggere il male che ci assale.

Il coronavirus (COVID19) rappresenta un attacco subdolo perché se da una parte costituisce una minaccia per la popolazione, per la salute, per l’economia, dall’altro – in quanto virus che si propaga con il contatto e la vicinanza tra persone – ci impedisce di svolgere quei rituali “magico-sacrali” che una certa cultura religiosa suggerisce come strumento per scongiurare il peggio.

L’umanità post-moderna si trova a mio avviso in grande crisi quando si sente minacciata. Lo abbiamo visto (per citare un solo esempio) con la questione dei migranti ritenuti un pericolo su tanti fronti: quello del lavoro, perché vengono a rubarci i posti; quello della salute, perché portano malattie; quello della cultura perché molti di loro hanno visioni diverse dalle nostre per quanto riguarda la famiglia, la donna ecc.; quello della fede perché minacciano di diffondere il loro credo a discapito della nostra cristianità; quello della sicurezza delle nostre città perché portano ad un aumento della delinquenza.
A tutte queste minacce pare che l’unica soluzione sia stata (e sia) quella di costruire muri e rafforzare i confini.
Ma il coronavirus ci sta dimostrando che non c’è muro che possa reggere abbastanza e confine che possa difendere sufficientemente bene da una diffusione virale.

In questi giorni di epidemia i non religiosi si trovano spiazzati perché vedono le barriere crollare e la tecnologia – verso la quale, da anni, avevano riposto tutte le loro speranze – arrancare e non trovare soluzioni immediate.

I religiosi, per i quali il rituale rappresenta l’unica ancora di salvezza, entrano in crisi a loro volta perché l’epidemia impedisce loro di riunirsi, di incontrarsi, di pregare insieme, di fare processioni e gruppi di preghiera.

Approfittiamo, allora, di questa situazione per ripensare al nostro stare insieme, alle nostre comunità, alla nostra religiosità e alla nostra fede.
I rituali che spesso denotano uno spudorato senso magico (non solo agli occhi degli atei ma anche da parte di molti credenti) potrebbero essere riletti (terminata l’attuale emergenza di contagio) in modo nuovo; in una maniera che abbandoni la parte irrazionale e veda nei rituali quello che dal punto di vista antropologico possono rappresentare. Questo significato ce lo specifica in maniera molto esaustiva lo studioso Marco Aime: «I rituali sono dei veri e propri “drammi sociali”, in quanto rendono visibile la comunità o, meglio, l’idea che la comunità ha di sé stessa.» e poi «Nello studiare i rituali per invocare la pioggia presso gli ndembu dello Zambia, Victor Turner arriva alla conclusione che tali rituali non si fondano sul fatto che gli ndembu credano che colui che presiede il rituale possa davvero far cadere la pioggia, ma sul fatto che l’attesa delle precipitazioni in un clima tropicale è un momento drammatico, da cui dipende la sopravvivenza dell’intera comunità. Proprio per questo l’intera comunità deve mettersi in scena, vedersi, contarsi, per sapere che nessuno è solo, ma fa parte di un gruppo, il che aiuta ad allontanare le paure.»

Potrà, quindi, questa grave crisi, aprire nuove possibilità di dialogo e di crescita nei rapporti tra coloro che si aggrappano ai rituali come se davvero ci fosse un’entità che magicamente possa intervenire a cambiare il corso degli eventi e coloro che in posizione diametralmente opposta, relegano ad una fede infantile e irrazionale simili eventi? Io credo che, da cristiani, possiamo ripensare ai nostri rituali, come occasioni da non scartare in partenza ma nelle quali davvero le nostre tribù (per restare nell’esempio di Aime) si riuniscano attratti dall’amore che ci viene da Dio e dall’amore che sentiamo di dover riversare sulle nostre sorelle e sui nostri fratelli, consapevoli che il futuro si costruisce (e le difficoltà si superano) solo se ci guardiamo negli occhi, se ci contiamo, se diventiamo responsabili gli uni degli altri e se ci ritroviamo uniti con la consapevolezza di essere sorelle e fratelli perché figli di uno stesso Padre.