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IL LEBBROSO

Solo dopo qualche giorno seppi che il racconto che avevo fatto d’istinto ai Giudei, sull’onda della meraviglia per quanto mi era appena accaduto, fu da loro stessi usato come pretesto per catturare ed uccidere Yeshua. Qualcuno mi ha accusato per aver reso noto l’episodio che mi ha visto protagonista quella mattina, ma a questi signori vorrei provare a far capire la mia situazione prima che accadesse quello che non esito a definire miracolo. La lebbra è una cosa seria; un castigo di Dio. Personalmente non so per quali colpe commesse, ma forse sono quelle di mio padre o del padre di mio padre che io devo scontare.

Da tempo vivo isolato come prescrive la nostra Legge. Lontano da tutto e da tutti; né moglie, né figli, né altra gente con la quale poter stare. Del resto posso capire; chi vorrebbe svegliarsi al mattino e vedere il mio corpo deforme, la mia faccia orrenda coperta di piaghe purulenti. La mia condizione, come del resto quella di tutti gli altri colpiti da questa tremenda malattia, è di isolamento totale. E come si può riuscire a condurre una vita da soli, fuori dal villaggio, lontano dalla comunità? La mia condanna è quella di vivere con la consapevolezza di essere uno scarto, un rifiuto degli uomini e persino di Dio. Con la pesante certezza di sapere che nulla e nessuno potrà mai più cambiare qualcosa nella mia vita, nella mia malattia. Solo Dio può guarirmi ma come rivolgermi a lui se l’accesso al tempio mi è negato?
Come implorarlo, come lodarlo se non mi è permesso?
Eccolo il mio destino. Una serie di giorni vissuti senza più alcuna dignità umana, in totale solitudine.
Un mostro ripugnante obbligato dalla legge a tenere coperte le sue piaghe, a gridare la propria condizione di impurità se qualcuno mi si fosse avvicinato troppo; costretto a sopportare da solo il dolore che giorno dopo giorno si fa sempre più intenso; un male fisico che aumenta e al quale si unisce il male per la definitiva condanna alla solitudine.

Io non chiedevo di essere guarito; del resto se Dio così aveva deciso, dovevo sottostare al suo volere. Ma una cosa sola desideravo ardentemente: essere purificato. Il Signore era l’unico che avrebbe potuto purificarmi, ma come già detto, accedere al suo cospetto mi era negato. Ma sarebbe stato per me grande conforto sapere di essere diventato nuovamente degno di avvicinarmi al Signore.

E’ per questo che, giunto al punto di farla finita, di lasciarmi morire d’inedia, ho rischiato tutto quando ho deciso di pormi sulla strada del messia di Nazareth del quale si dicevano cose incredibili. Davanti agli occhi atterriti dei tre suoi compagni e di qualche altro della folla, che nel frattempo non era ancora scappato, mi gettai ai suo piedi per la mia richiesta e quando vidi il suo braccio stendersi verso di me capii che avevo fatto la cosa sbagliata. Mi avrebbe picchiato. Ma poi, e tutto questo il mio cervello lo elaborò in una frazione infinintesimale, realizzai che non mi avrebbe potuto toccare per non contravvenire la legge di Mosè, oltre che per non contaminarsi.
Questo messia era così fuori di sé che con la sua mano quasi mi accarezzò; un gesto che tanto desideravo quanto sapevo che sarebbe stato folle non tanto il portarlo a termine quanto il solo pensarlo possibile.
Non ricordo se poi alla fine ho chiesto qualcosa e se lui mi ha risposto. Alcuni testimoni sostengono di aver udito parole simili a «Sii purificato».

Quando mi sono ripreso dallo stupore; quando il mio corpo provato ha smesso di tremare; quando la mia vista prima oscurata e ora finalmente limpida ha apprezzato la mia nuova pelle; quando le mie mani hanno scoperto che tutte le piaghe erano sparite ho alzato gli occhi prima al cielo e poi ho focalizzato lo sguardo attorno a me.
Erano tanti coloro che adesso mi stavano vicino, qualcuno cercava di aiutarmi ad alzarmi in piedi; ho cercato il messia ma lui non c’era già più. O forse non c’era mai stato.
Voci diverse mi stavano ora dicendo che sarei dovuto andare al tempio, dai sacerdoti a mostrare e raccontare quello che mi era accaduto. Non sapevo cosa fare. Come comportarmi. Sapevo di certo che ero guarito dalla lebbra. Dovevo andare a offrire un agnello come la Legge richiedeva? Dovevo sottopormi all’esame da parte dei sacerdoti per ottenere il certificato che attestasse l’avvenuta guarigione?
Tentai di allontanarmi, di farmi spazio tra la folla; unicamente per ritrovare il galileo. Per capire se davvero lui mi aveva toccato con la sua mano, se davvero mi aveva purificato, se davvero mi aveva donato una nuova vita. Ma non scorsi ne lui ne i suoi discepoli che inizialmente avevo visto fargli compagnia.
Soltanto, da lontano, alcuni dottori della Legge sembrava stessero venendo a passo sostenuto nella mia direzione.