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NICODEMO

Guardo le dita secche di queste mie vecchie mani ancora sporche di mirra e di àloe. Sono impuro per quello che ho appena fatto. Non è necessario essere un fariseo, quale io sono, per sapere che, se volessi attenermi alla legge, quest’anno non potrei celebrare la festa di Pasqua. La Torah recita: «Chi avrà toccato il cadavere di qualsiasi persona, sarà impuro per sette giorni. Il sacerdote non si avvicinerà ad alcun cadavere; non potrà rendersi impuro neppure per suo padre e per sua madre.

Io l’ho appena fatto. Io e Giuseppe di Arimatea abbiamo appena terminato di sistemare il corpo senza vita di Yeshua in questo sepolcro, dopo averlo preso da sotto la croce grazie alla concessione del governatore romano. Ma era un atto che dovevo a quell’uomo che mi aveva colpito sin dalle prime parole da lui pronunciate. Quell’uomo che avevo voluto conoscere meglio e che la mia curiosità, ma anche la mia prudenza, mi avevano spinto a farlo in un incontro notturno. Volevo capire qualcosa di più. Se potevo fidarmi. Se veramente era il messia o un profeta. Ma parlava una lingua un po’ cruda, con frasi nette. La mia difficoltà ad accogliere il suo insegnamento fu palese tanto che lui stesso mi rimproverò che pur essendo maestro d’Israele tardavo a capire quanto quella notte cercava di insegnarmi.

Con il tempo mi sono convinto che la folla aveva ragione nel riconoscere in Yeshua un profeta ed era nel giusto quando, senza alcun timore, sosteneva a gran voce di vedere in lui il cristo. L’impatto che le sue parole avevano avuto su quella che noi farisei non indugiavamo a chiamare con disprezzo “folla di maledetti”, erano evidenti. Perfino le guardie del tempio inviate dai sommi sacerdoti ad arrestare Yeshua, durante la festa delle Tende, fecero ritorno a mani vuote sostenendo di non aver mai udito un uomo parlare in quella maniera, tanto che qualche sacerdote li accusò di essersi lasciati ingannare da quel falso profeta.

Fu per me quindi un po’ più facile prendere le difese di Yeshua e far capire agli altri che, secondo la nostra legge, nessuno poteva giudicarlo senza prima averlo ascoltato e aver capito ciò che effettivamente stava portando avanti con la sua predicazione tra le folle. Anche se, ancora una volta, fui accusato di non essere sufficientemente saggio tanto da ignorare che il fatto stesso che quell’uomo proveniva dalla Galilea lo rendeva privo di ogni affidabilità.

Ma, a distanza di poco tempo, devo prendere tristemente atto che a poco o nulla è valsa la mia misera difesa.

Tutti erano convinti che Yeshua fosse un bestemmiatore; un falso messia che si era accaparrato addirittura il titolo di “figlio di Dio”.

Dal primo giorno della sua predicazione, qui, tra il nostro popolo, il suo destino era segnato. Quello che lui fece, costituì per molti giudei motivo di scandalo e di condanna; per me, le sue parole e le sue azioni furono invece la conferma che Yeshua era veramente venuto da Dio come maestro. Per usare le stesse parole che ebbi occasione di udire dalla sua bocca “la luce è venuta al mondo, ma gli uomini hanno amato di più le tenebre”.

Ed ora la luce si è spenta dentro questo sepolcro che io, Giuseppe e altri, abbiamo appena chiuso.