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QUAGLIE DAL MARE

NOTA [dal libro Quaglie dal mare]

Nel suo recente libro “Il Genere di Dio”, la teologa Selene Zorzi scrive «Avere più parole per distinguere la realtà significa avere la possibilità di fare un’esperienza più ricca […]1 Il linguaggio aiuta ad elaborare l’esperienza oltre che ad esprimerla»2 e riporta anche la seguente citazione «… qualcosa che non è nominato stenta ad esistere, e il modo in cui lo nominiamo determina il nostro modo di viverlo e percepirlo.»3
E’ proprio questa mancanza di termini, di categorie, questi vuoti presenti
nel nostro linguaggio comune e, spesso, anche teologico, che mi hanno creato non poca difficoltà nel momento in cui, tra le righe che seguono, dovevo riferirmi a Dio. Ma quale Dio? Un Dio padre? Un Dio madre? Un Dio Trinità? Tutti appellativi giusti, ma che, se usati separatamente, rischiano, per l’appunto, di limitare la nostra visione, la nostra immagine, la nostra esperienza di Dio stesso; se non addirittura di prestare il fianco ad errate interpretazioni che potrebbero posizionarsi al confine di un triteismo/politeismo più o meno consapevole. E allora ho scelto di variare il più possibile il modo di rivolgermi a Dio, utilizzando, ovviamente, espressioni ben note, ma con l’accortezza di alternarle nella speranza che così facendo si possa creare, nella mente di chi legge, una poliedricità, spesso forse anche fastidiosa o ridondante, ma il cui intento è di non permettere al nostro cervello, al nostro animo, di fissarsi esclusivamente su di un’immagine imparziale, frutto della nostra cultura, della nostra storia e
della limitatezza di noi esseri umani. –


1 ZORZI S., Il Genere di Dio, Edizioni La Meridiana, Molfetta (BA) 2017, p. 39
2 Ibidem, p. 57
3 CICCONE S., “Dal potere alla libertà”, in “Il Regno. Attualità”, 1/2015, p.62.

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