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UN PADRE POCO MISERICORDIOSO

Ho già scritto nel post di ieri che l’intervista a Viganò è densa di argomenti che un cristiano responsabile ha il dovere di contestare per il bene delle sorelle e dei fratelli che credono nel Dio di Gesù Cristo e che si possono trovare spiazzati davanti alle parole di un “alto prelato” e che rischiano di essere prese “per buone”, quando invece la teologia e il magistero sostiene tutt’altro.

Prendiamo quindi questa, alquanto bizzarra, affermazione «Un padre che non punisce dimostra di non amare il figlio, ma di disinteressarsi di lui; un medico che osserva indifferente il malato peggiorare fino alla cancrena non vuole la sua guarigione. Il Signore è Padre amorevolissimo perché́ ci insegna come dobbiamo comportarci per meritare l’eternità̀ beata del Cielo, e quando col peccato disobbediamo ai Suoi precetti, non ci lascia morire, ma ci viene a cercare, ci manda tanti segnali – talvolta anche severi, com’è giusto – perché ci ravvediamo, ci pentiamo, facciamo penitenza e riacquistiamo l’amicizia con Lui.»

Tralasciamo il fatto che potremmo sollevare dei dubbi su questi metodi “coercitivi” di padri che per educare i propri figli devono ricorrere a pesanti punizioni. Forse Viganò è rimasto al ricordo delle cinghiate che si usavano quando lui era bambino e dimentica i cambiamenti che nel frattempo sono intervenuti a livello di educazione, di pedagogia e di psicologia (questo ovviamente non vuol dire che non ci siano problemi legati al rapporto genitori – figli). Ma quello che è più grave è che l’intervistato è ancora legato ad un superato antropomorfismo e proietta pertanto in Dio le qualità (limitate) dell’umanità. Parla di un Padre che punisce, un Padre severo e che non ci degna della sua amicizia fino a quando non gli dimostriamo di esserci pentiti e di aver fatto penitenza. Purtroppo per il vescovo, nella storia della nostra fede c’è stato Gesù che ha tentato (uso questo verbo perché pare proprio che molti non lo abbiano ancora compreso) di mostrarci “il vero” Padre, raccontando la parabola del figliol prodigo.

In questo racconto avviene proprio il contrario di quanto sostiene Viganò: il Padre dopo aver subito il gravissimo affronto di essere addirittura considerato morto da parte di suo figlio (è questo che si può intendere vista la richiesta dell’eredità) non pensa affatto a come punirlo nell’eventualità avesse fatto ritorno, ne di mandare qualcuno che lo facesse mentre era via. Il Padre lo lascia sbagliare, ma ha in cuor suo la grande speranza che il figlio possa ritornare. E quando questo avviene, non si comporta come il Dio di Viganò e pertanto non aspetta che il figlio si ravveda, non gli chiede di pentirsi e non gli impone nessuna penitenza; fa tutt’altro e… non continuo perché la storia la conoscete bene.