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SIAMO NOI

Le persone nate tra la fine degli anni ’60 ed i primi anni ’70, oggi ormai cinquantenni, stanno riscoprendo la loro identità condividendo un “tenero” ricordo della loro giovinezza. Io sono tra questi (tra i cinquantenni) ma non tra coloro che rimpiangono quegli anni; o meglio, li rimpiango come umanamente si rimpiange il passato, specialmente gli anni della gioventù ma ammetto di aver avuto un impatto negativo nel ripercorrere tutti i passaggi della mia adolescenza e della situazione economica, le aspettative, i gusti, i modi di fare ad essa legati.
Ho letto queste righe ed ho intimamente condiviso la maggior parte dei ricordi presenti, avendoli vissuti in prima persona, ma poi, alla fine di tutto, non mi sono trovato ad esultare come invece fa l’autore del testo.
Perché? Beh, se avete pazienza… ve lo spiego:

Siamo noi, la generazione più felice di sempre
E’ più corretto dire “siamo stati felici”, punto. Perché se parliamo con i nostri genitori, con i nostri nonni, scopriremo che anche loro sono stati felici. Non è giusto quindi arrogarci il primato della felicità. Possiamo dire che mettendo a confronto le generazioni, abbiamo avuto (in teoria) più motivi di essere felici perché le preoccupazioni della vita erano minori; ma questo non è un merito…è solo fortuna.

Siamo quelli che erano troppo piccoli per capire la generazione appena prima della nostra, quelli del ’68, della politica e dei movimenti studenteschi. Ancora troppo piccoli per comprendere gli anni di piombo, l’epoca delle brigate rosse e delle stragi nere.
Questo stare al di fuori (per motivi anagrafici) di eventi che hanno segnato la nostra società, ci ha fatto perdere il gusto di lottare per un ideale, di esporsi in prima linea per un’idea, di capire che vale la pena anche morire per qualcosa in cui si crede. (Non sto qui esprimendo nessun giudizio di valore sui singoli avvenimenti). Non ci siamo conquistati nulla… ci siamo trovati tutto già bello e pronto.

Oggi siamo fieri di mettere sul nostro petto la medaglia del fatto che “Nessuno voleva che parlassimo l’Inglese a 7 anni o facessimo yoga. Al massimo una volta a settimana in piscina, giusto per imparare a nuotare.” Eppure siamo noi i genitori di quei bambini e bambine che hanno dovuto invece subire una sorte diversa. E che si sono visti imporre il dover a tutti i costi imparare l’inglese già dall’asilo e a praticare uno sport (per le femminucce la danza) nel quale dover primeggiare.

Delle telefonate alle prime fidanzate con i gettoni dalle cabine e delle discoteche la domenica pomeriggio.
Non siamo stati capaci di far capire ai nostri figli che il rapporto con la persona che si ama è fatto di tante piccole cose ma anche di tante parole condivise; che il tempo speso assieme deve essere dedicato alla conoscenza, alla crescita, al capire se ci sono progetti da portare avanti insieme e se davvero c’è un amore che mette da parte il singolo egoismo e permette di donarsi all’altro/a.
Ci piace il ricordo delle domeniche pomeriggio in discoteca e lo rimpiangiamo come un sano passatempo, eppure non siamo stati in grado di fermare l’avanzata delle distruttive notti insonni dei nostri giovani nei fine settimana.

Siamo cresciuti nella spensieratezza assoluta, nella ferma convinzione che tutto quello che ci si aspettava da noi era che diventassimo grandi, lavorassimo il giusto, trovassimo una fidanzata e vivessimo la nostra vita. Non abbiamo mai dubitato un istante che non saremmo stati nient’altro che felici.
Ecco il problema: in fondo non avevamo grandi obiettivi. Certo non era né obbligatorio né sensato sperare che tutti fossimo diventati dei Nelson Mandela, dei Giovanni Falcone, delle Teresa Sarti, ma se avessimo visto davanti a noi qualcosa di più che diventare grandi, lavorare il giusto, trovare una fidanzata e vivere la nostra vita, forse avremmo dato un contributo più importante a questo nostro mondo.

E, dobbiamo ammetterlo, per quanto il futuro ci sembri difficile, e per quanto questa situazione ci appaia incomprensibile e dolorosa, siamo stati felici.
Ora ci ritroviamo a pensare al futuro, un futuro con il quale non abbiamo confidenza, che non abbiamo mai progettato con responsabilità, che abbiamo spesso accantonato; non abbiamo la capacità di riconoscerlo questo futuro e infatti… quello che ci stiamo augurando è solo un ritorno al passato.

Questo il testo completo che trovate sui social:

“Siamo noi, la generazione più felice di sempre.
Siamo noi, gli ormai cinquantenni, i nati tra gli inizi degli anni ’60 e la metà degli anni ’70. La generazione più felice di sempre.
Siamo quelli che erano troppo piccoli per capire la generazione appena prima della nostra, quelli del ’68, della politica e dei movimenti studenteschi. Ancora troppo piccoli per comprendere gli anni di piombo, l’epoca delle brigate rosse e delle stragi nere.
Siamo quelli cresciuti nella libertà assoluta delle estati di quattro mesi, delle lunghe vacanze al mare, del poter giocare ore e ore in strade e cortili, delle prime televisioni a colori e i primi cartoni animati. Delle Big Babol e delle cartoline attaccate alle bici con le mollette da bucato. Delle toppe sui jeans e delle merendine del Mulino Bianco. Dei gelati Eldorado e dei ghiaccioli a 50 lire. Dei Mondiali dell’82 e della formazione dell’Italia a memoria. Di Bearzot e Pertini che giocano a scopa.
Siamo quelli che andavano a scuola con il grembiule e la cartella sulle spalle, e non ci si aspettava da noi nulla che non fosse di fare i compiti e poi di giocare, sbucciarci le ginocchia senza lamentarci e non metterci nei guai. Nessuno voleva che parlassimo l’Inglese a 7 anni o facessimo yoga. Al massimo una volta a settimana in piscina, giusto per imparare a nuotare.
Poi siamo cresciuti, e la nostra adolescenza è arrivata proprio negli anni ’80, con la musica pop, i paninari e il Walkman. Burghy e le spalline imbottite. Madonna e il Live Aid. Delle telefonate alle prime fidanzate con i gettoni dalle cabine e delle discoteche la domenica pomeriggio. Di Top Gun e Springsteen. Dei Duran Duran e degli Spandau Ballet. Delle gite scolastiche in pullman e delle prime vacanze studio all’estero.
E poi c’era l’esame di maturità, e infine il servizio militare, 12 mesi lontano da casa, i capelli rasati e tante amicizie con giusto un po’ di nonnismo. Nel frattempo magari un Inter Rail e infine un lavoro. All’Università ci andavi solo se volevi fare il medico, l’avvocato o l’ingegnere. Che il lavoro c’era per tutti.
Siamo cresciuti nella spensieratezza assoluta, nella ferma convinzione che tutto quello che ci si aspettava da noi era che diventassimo grandi, lavorassimo il giusto, trovassimo una fidanzata e vivessimo la nostra vita. Non abbiamo mai dubitato un istante che non saremmo stati nient’altro che felici.
E, dobbiamo ammetterlo, per quanto il futuro ci sembri difficile, e per quanto questa situazione ci appaia incomprensibile e dolorosa, siamo stati felici. Schifosamente felici. Molto più dei nostri genitori e parecchio più dei nostri figli.
Siamo la generazione più felice di sempre. E torneremo, presto, ad essere di nuovo felici.” Inutile negarlo è la verità!