Dei vizi e delle virtù

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La bellezza della vita nuova in Cristo riesce a essere comunicata meglio dalle immagini che dai concetti. Infatti «ricorrere a immagini e metafore per comunicare la potenza umile del Regno non è un modo per ridurne l’importanza e l’urgenza, ma la forma misericordiosa che lascia all’ascoltatore lo “spazio” di libertà per accoglierla e riferirla anche a sé stesso» (Messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali 2017).
Ci sono momenti nei quali un’immagine vale molto più di una parola: sono gli attimi in cui l’uomo e la donna hanno per maestri i loro occhi. Nel corso della storia bimillenaria della Chiesa, moltissimi artisti hanno aguzzato il loro ingegno misurandosi con la vita di Cristo e, ciascuno a modo
proprio, con i grandi misteri della vita cristiana: dall’incarnazione alla croce al dono dello Spirito Santo.
Queste immagini, nel corso dei secoli, sono diventate delle catechesi suggestive capaci di accendere la curiosità e, al tempo stesso, di rispondere al bisogno d’infinito racchiuso in ogni creatura che abita la terra: «Dalla secolare tradizione conciliare apprendiamo che anche l’immagine è
predicazione evangelica. Gli artisti di ogni tempo hanno offerto alla contemplazione e allo stupore dei fedeli i fatti salienti del mistero della salvezza, presentandoli nello splendore del colore e nella
perfezione della bellezza», si legge nell’introduzione al Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica. Sono degli indizi, dunque, le immagini.
Evocano storie che fanno nascere storie. Questa conversazione sui vizi e le virtù prende ispirazione dalla catechesi che, nei primi anni del XIV secolo, Giotto di Bondone ha affrescato nella Cappella degli Scrovegni a Padova. La croce di Cristo è il punto più alto della storia, è sorgente e culmine: passare attraverso di essa, ispirati dalla Vergine Maria, è andare incontro all’abbraccio di Cristo e dei suoi santi. Le quattordici formelle,
dentro le quali Giotto riproduce le sette virtù opponendole a sette vizi, sono il tentativo di raccontare le conseguenze della venuta di Cristo quaggiù: l’attrattiva del bene, il ribrezzo del male.
Le virtù rappresentate da Giotto sono quelle tramandate dalla tradizione: le quattro virtù cardinali – la giustizia, la fortezza, la temperanza e la prudenza – e le tre virtù teologali: la fede, la speranza e la carità. A queste virtù classiche, il celebre pittore contrappone sette vizi, reinterpretati alla luce della sua visione: l’ingiustizia, l’incostanza, l’ira, la stoltezza come contraltare delle virtù cardinali; l’infedeltà, la disperazione, la gelosia di quelle teologali. Le virtù, per natura, somigliano ai muscoli da potenziare: hanno bisogno di esercizio. L’inizio, come nelle competizioni sportive, è sempre una situazione di debolezza, di limite, di fragilità: la virtù è la forza che spinge l’uomo a impegnarsi per ottenere un fine elevato. Il vizio, all’opposto, è l’ammissione di un’incapacità nel fare il bene: ci si accontenta di lasciarsi andare, di godere ciò che si vuole, senza fatica.
Riflettere sul vizio e la virtù, allora, è riflettere sulla fatica e la bellezza del vivere quotidiano. Esattamente qui, dove l’avvento di Cristo interpella l’uomo nella sua massima libertà, s’innesta il grande sogno di Dio, la ragione della sua vicinanza così misteriosa all’uomo di ogni tempo: «Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10,10). La vita, in forma abbondante. Questa nostra conversazione – come le tre precedenti sul Padre Nostro, sull’Ave Maria e sul Credo – nasce da una complicità di prospettive tra loro solo in apparenza antitetiche: il centro della Chiesa che dialoga con la periferia di un carcere. Sono prospettive che si ricercano per completarsi, si completano per dare testimonianza, testimoniano per annunciare Cristo con la sua salvezza. Il
carcere, in quest’ottica, è un caleidoscopio di situazioni: in nessun altro luogo e istante della vita, come dentro un carcere mentre si sperimenta la detenzione, è forse possibile intravedere come i fili del bene si intrecciano inevitabilmente con quelli del male. È accorgersi che non esiste tra di loro una separazione netta, ma appare piuttosto una zona crepuscolare: non esistono storie impastate della sola virtù e storie impastate solo di vizio. Esistono, invece, storie che sono una mescolanza enigmatica di
gloria e disonore, di attrattiva e disgusto, di bellezza e menzogna. È in queste terre, che sono apparentemente terre di nessuno, che si potrà contemplare meglio all’opera la grazia di Dio: fare in modo che la virtù, allenandosi, ridesti l’arcangelo nascosto nell’uomo e, combattendo il vizio, tenga a bada la bestia che sta in agguato dentro ciascuno di noi.
Mentre l’uomo sceglie da che parte stare, Dio continua a custodire la nostalgia dell’inizio: «Mi ricordo di te, dell’affetto della tua giovinezza, dell’amore al tempo del tuo fidanzamento, quando mi seguivi nel deserto, in terra non seminata». Fedeltà a cui il Signore rimarrà per sempre legato anche nel tempo dell’infedeltà: «Quale ingiustizia trovarono in me i vostri padri per allontanarsi da me e correre dietro al nulla, diventando loro stessi nullità?» (Ger 2,2-6).
Questo viaggio, quasi una sorta di pellegrinaggio alle sorgenti, si è lasciato ispirare da una pagina di Charles Péguy, che racconta della lotta innata in ogni uomo tra grazia di Dio e stoltezza dell’umano. Scrive il poeta francese: «Poiché non hanno la forza (e la grazia) di essere della natura, credono di essere della grazia. Poiché non hanno il coraggio temporale, credono di esser entrati nella sfera d’influenza dell’eterno. Poiché non hanno il coraggio di essere del mondo, credono di essere di Dio. Poiché non hanno il coraggio di essere di un partito dell’uomo, credono di essere del partito di
Dio. Poiché non sono dell’uomo, credono di essere di Dio. Poiché non amano nessuno, credono di amare Dio» (Ch. Péguy, Cartesio e la filosofia cartesiana, 1914). Un rischio, illudersi di amare Dio così, che è possibile combattere con la preghiera e l’esercizio della virtù. Bontà che, quando risplende nel gesto virtuoso della creatura, è già il preludio della nascita del Regno di Dio in terra.
Fungendo da incoraggiamento. «Bonum est diffusivum sui» scrive san Tommaso nella sua Summa theologiae: il bene è diffusivo di sé. Con l’augurio che queste pagine possano fare altrettanto: appassionarci a rendere la nostra umanità sempre più umana. Incoraggiati dalla
Vergine Maria.

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