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LIBERARSI DALLE FALSE IMMAGINI DI DIO

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Forse non c’è alcuna differenza tra i cristiani delusi dalla propria religione e che lentamente ma (pare) inesorabilmente la stanno accantonando e gli atei convinti.

A mio avviso entrambe le categorie hanno lo stesso problema «il Dio a cui essi non credono (o non credono più) è lo stesso a cui un discepolo di Gesù non crederà mai. Semplicemente perché non esiste.» Il corsivo è mio, ma l’affermazione di base è quella che Francesco Cosentino pone, riferendosi alle persone che si ritengono convintamente atee, nelle ultimissime pagine del suo recente libro dal titolo “Non è quel che credi”, sottotitolo “liberarsi dalle false immagini di Dio”. (Centro editoriale dehoniano – Bologna)

Sono partito proprio dalla conclusione perché questo godibilissimo libretto vuole farci capire che in fondo siamo tutti nella stessa situazione; atei, credenti indecisi e spesso anche credenti ferventi.

Gli atei si vogliono tenere lontani da un Dio che, così come è stato loro presentato, non ha diritto di cittadinanza nella loro vita; i credenti indecisi sono diventati tali perché hanno incontrato un Dio che non riesce più a dare le risposte alle tante domande che la loro esistenza umana pone quotidianamente; i credenti ferventi, che all’apparenza potrebbero essere gli unici in una posizione favorevole rispetto alla scelta religiosa, in realtà, possiamo scoprire che si affannano, criticano, giudicano, per rientrare nelle grazie di un Dio che nel XXI secolo non esiste più e vengono associati a tutto fuorché alla categoria di testimoni credibili da imitare.

Il lavoro di Francesco Cosentino parte dalla convinzione (sfido chiunque a non condividerla) che il Dio che ci è stato presentato e che tuttora ci viene raccontato non corrisponde a quello che invece Gesù incarnandosi, ci ha mostrato.

Tutto nasce dallo sviluppo della storia della nostra chiesa e della nostra teologia quando si è cercato di parlare di Dio con parole umane. Le parole umane nascono dalla nostra esperienza che è per forza di cose limitata, parziale, spesso non obiettiva, falsata. Ecco allora che ne è nata un’immagine di Dio “a misura d’uomo” nel senso negativo del termine perché Dio è, nella sua immanenza, completamente trascendente. In pratica, per dirla con l’autore, abbiamo imprigionato Dio, perché «molte nostre immagini di Dio sono in qualche modo una proiezione dell’immagine che abbiamo di noi stessi».

E’ interessante poi scorrere l’elenco che viene fatto di tutte queste “brutte” immagini di Dio che nulla hanno a che fare con il Dio di Gesù. Per ognuna di esse, troviamo inoltre l’aspetto antropologico e scopriremo che a fronte del nostro credere in un “Dio tappabuchi” c’è un atteggiamento umano nel «cercare ansiosamente un Suo intervento» nell’abitudine di «aspettarsi da Dio ciò che invece egli ci chiede di osare e di fare da noi stessi.»

Una boccata d’ossigeno la troviamo al quarto capitolo dove l’autore ci riporta le tante belle immagini di Dio che ci ha lasciato Gesù nei Vangeli o che troviamo in alcuni passi del Primo Testamento.

Cosentino mette a nudo un problema a mio avviso sempre più sentito all’interno della nostra comunità di cristiani, che è quello di non rimanere ancorati al Dio che il catechismo, la parrocchia, i genitori ecc. ci hanno trasmesso (seppure quasi sempre in buona fede) perché quel dio rischia di “avvelenarci”. Ma ci propone anche un valido antidoto che è quello di riprendere in mano il Vangelo per riscoprire la figura di Gesù, il suo insegnamento di amore e come lui stesso ci presenta il suo Dio perché come dice Giovanni al capitolo 1 versetto 18

«Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato».

Ovviamente nelle oltre 160 pagine di “Non è quel che credi” c’è molto di più di quello che ho tentato di illustrare e pertanto l’unica cosa da fare è recuperarne una copia e leggersela con calma perché sono sicuro che nessuno di noi può esimersi, più o meno frequentemente, dal rivolgere lo sguardo a Gesù per liberarsi dalle false immagini di Dio.

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